La fotografia dell’Italia chiusa: 7,8 milioni di lavoratori a casa, 56 su 100 al Nord



IL TERMOMETRO DEll’EMERGENZA

Dossier della Fondazione Consulenti del lavoro: le Marche, regione a forte vocazione manifatturiera, è in assoluto quella con la più alta quota di addetti che rimangono a casa

di Andrea Carli

Coronavirus: asintomatici oscillerebbero tra 20-60% casi

3′ di lettura

Sette milioni e 800mila lavoratori rimasta a casa a causa dell’emergenza coronavirus. Su cento lavoratori fermi a seguito della decisione del governo di chiudere tutte le attività non essenziali, 56 sono al Nord (e le Marche hanno la media più alta per il manifatturiero).

Numero che raccontano l’“Italia chiusa”. A scattare la fotografia del paese delle saracinesche abbassate e dei cancelli serrati è stata la Fondazione studi dei consulenti del lavoro. Stime che si sommano a quelle di Federmeccanica, secondo la quale il 93% delle imprese metalmeccaniche ha chiuso e non sono più al lavoro almeno 1,4 milioni di addetti. Spente linee produttive in grado di generare 175 miliardi di euro di esportazioni. Secondo il Mise, il ministero dello Sviluppo economico, invece, il 51,9% dei lavoratori resta al lavoro. Numeri che piovono sul tavolo del Consiglio Ue, che in queste ore è chiamato a definire la risposta europea alla crisi economica scaturita dalla pandemia e scongiurare la recessione.

Consulenti: con nuovo blocco 7,8 milioni di lavoratori a casa I consulenti del lavoro parlano di un’impennata del numero dei lavoratori italiani “fermi” per l’emergenza Coronavirus: sono 7.810.000 quelli interessati dal blocco delle attività previsto dal provvedimento governativo del 22 marzo. Rispetto al decreto dell’11 marzo – continuano – c’è un aumento sensibile degli occupati costretti a casa, pari a 5 milioni 8.000 persone.

Nell’industria non vanno a lavorare in 6 su 10 A seguito dell’ultimo “giro di vite” promosso dall’esecutivo, in Italia c’è «il 34,8% del totale degli occupati a casa, il 27,2% occupato in settori destinati alla erogazione di servizi essenziali (complessivamente 6 milioni 118.000) e il 38% impiegato in comparti potenzialmente ancora in attività, in quanto non soggetti a blocco (8 milioni 522.000 addetti). Comè noto, ricordano i consulenti del lavoro, il provvedimento governativo del 22 marzo ha riguardato principalmente il versante industriale: globalmente, «su 100 lavoratori interessati dai decreti della presidenza del Consiglio dei ministri (di 11 e 22 marzo), il 46,2% è occupato nel manifatturiero (3,6 milioni di lavoratori) e il 53,1% nei servizi (4,1 milioni)», e «calcolando il livello di “stop” l’industria lascia complessivamente a casa, per l’emergenza Coronavirus, 6 lavoratori su 10 (59,6% del personale), mentre per i servizi, l’altolà interessa poco più di un quarto degli addetti (26,7%).

Le Marche hanno la media più alta per il manifatturiero Per quanto riguarda le diverse aree geografiche – si legge ancora nel dossier della Fondazione studi dei consulenti del lavoro -, su 100 lavoratori italiani “congelati” dalle decisioni governative, «56 sono al Nord (20,6% soltanto in Lombardia), 20 al Centro e 24 al Sud», ma viene fuori il caso delle Marche: «regione a forte vocazione manifatturiera proprio nei settori interessati dal decreto», che è in assoluto quella con la più alta quota di addetti che rimangono a casa: 43 su 100 contro una media italiana del 34,8%».

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